Un libro che insegna a diventare nonni

La nascita di un nipote, così come l’arrivo di un figlio, porta con sé un insieme di emozioni, sentimenti, pensieri e relazioni capaci di rivoluzionare una vita.

L’ho scritto più volte in queste pagine: agli anziani è dovuto rispetto, perché una comunità che non li dimentica e non li emargina dimostra ai più giovani che ogni essere umano è prezioso ben oltre il superamento dell’età lavorativa.

Il rispetto non ha una data di scadenza e non è nemmeno una questione di forma. Ogni essere umano deve essere messo in condizione di vivere fino all’ultimo un’esistenza che abbia per lui un senso. Questo non ha nulla a che fare con la presunta saggezza degli anziani che, come tutti sappiamo per esperienza, non arriva automaticamente allo scoccare del ses-santacinquesimo anno di età.

Tra le tante definizioni di saggezza mi piace ricordare quella di William James nei suoi Principi di Psicologia: «L’arte di essere saggi è l’arte di capire a che cosa si può passar sopra». La saggezza, comunque voi la definiate, ha radici lontane, negli anni della nostra infanzia e della nostra gioventù, quando i nostri pensieri e le nostre azioni erano ben lontane dall’essere o dall’apparire sagge. E proprio in quegli anni, se abbiamo tenuto gli occhi, il cuore e la mente aperti sul mondo, abbiamo imparato a conoscerlo, a prendere le misure, a distinguere quel poco che conta davvero da ciò che è fugace, effimero, ingannevole. Ma tutta questa eventuale saggezza che abbiamo accumulato negli anni servirà a poco se non ci si sforza di trasmetterla ai più giovani in forma amichevole e non dall’alto di una cattedra. In altre parole, la saggezza trova il suo coerente completamento nella condivisione. Il saggio è generoso. Una saggezza avara è una contraddizione in termini.

Al pari della maternità e della paternità, esiste anche la «nonnità», che può dare nuovo senso all’esistenza.

A questo pensavo leggendo uno splendido libro di Piero Bertolini, Giorgia. I primi tre anni di vita di una bambina raccontati da suo nonno, Roma, Meltemi editore, 2001. Bertolini è tra i noti e apprezzati pedagogisti italiani. La mia amicizia e stima per lui è di lunga data è questo mi rende forse poco affidabile come recensore dei suoi lavori. Ciò non toglie che io avverta l’esigenza di trasmettervi la mia emozione nel vedere riportato in un libro il coinvolgimento profondo di un nonno nell’attesa, nella nascita e nei primi anni di vita di una nipotina. Giorgia dimostra che non esistono soltanto la paternità e la maternità ma che in molti casi si può parlare, mi si perdoni il neologismo, di «nonnità» come insieme di emozioni, sentimenti, pensieri e relazioni che possono dare un nuovo senso di pienezza e di profondità alla nostra esistenza.

Tra le tante pubblicazioni che hanno reso famoso Piero Bertolini, quest’ultimr la meno tecnica, è balzata ai primissimi posti della mia personale classifica, alla pari di un libro, su tutt’altro argomento, che ha avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione di psicologo: Delinquenza minorile e disadattamento del 1971.

Ho definito Giorgia, un’opera «meno tecnica», ma chi di voi vorrà leggerla, si accorgerà, al termine della lettura, di avere ricevuto tanto anche in termini di «pedagogia pratica». Piero applica alla perfezione il consiglio di Alexander Pope: «Bisogna insegnare agli uomini avendo l’aria di non insegnare affatto, proponendo loro cose che non sanno come se le avessero soltanto dimenticate».

Io mi auguro che questo libro non sia letto soltanto dai nonni ma anche da chi non lo è ancora, o non lo sarà mai. Perché questa storia d’amore tra nonno e nipotina è esemplare per tutti nel suo richiamare alla nostra attenzione quanto sia ricco e appagante coltivare le relazioni. Non accontentiamoci di avere il «prodotto» e di contemplarlo, ma abbiamone cura, coltiviamolo, accompagniamolo, osserviamolo e osserviamoci, perché anche l’amore ha bisogno di manutenzione.

Nelle pagine conclusive, Bertolini scrive: «Credo, anche se non è facile convincersene fino in fondo e soprattutto comportarsi in modo conseguente, che gli anni che rimangono da vivere a chi, come me, non è più giovane, possono essere, oltre che pochi, anche tanti. Ciò che conta è come li sapremo vivere, quale senso gli sapremo dare, se avremo voglia di continuare a fare cose nuove, magari facendole meglio proprio perché si è più anziani e quindi più esperti e più maturi; quale capacità avremo di guardare gli altri, soprattutto i più giovani, conquistarsi un’esistenza comunque per loro valida, come sapremo affrontare le inevitabili sofferenze e gli inevitabili inconvenienti propri della vecchiaia. Il nocciolo della questione ora è in me assai più chiaro che un tempo, proprio a motivo delle riflessioni che ho fatto sui tuoi tre anni e sul tuo modo straordinariamente profondo – proprio perché ingenuo e spontaneo – di viverli e di giudicarli».   

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